QUALE FUTURO PER I GIOVANI MEDICI?

Nessuno, fino a qualche anno fa, si sarebbe posto una domanda del genere, ma oggi i dati forniti sia a livello nazionale che regionale mostrano uno scenario piuttosto sconcertante: i giovani medici, dopo essersi formati in Italia, sono costretti a fuggire all’estero per non tornare più. I motivi di questa scelta?

Spesso questi professionisti devono sopportare turni e orari massacranti e condizioni di lavoro difficile, circostanze che non permettono loro di avere una buona qualità della vita.

Oppure sono ingabbiati in sistemi di formazione prima e di lavoro poi in cui le possibilità di sviluppo e di avanzamento di carriera sono dettate da rigide gerarchie e da fattori che spesso non sono collegati al merito.

Oltre al carico di lavoro eccessivo dichiarano di lavorare in luoghi non sicuri e di essere anche sottopagati.

In parole povere vengono spremuti e non sono tutelati.

Ecco perché l’unica soluzione è la cosiddetta “Fuga di Cervelli”: molti di loro scelgono di andare all’estero per ottenere la specializzazione e decidono di non rientrare. Chi glielo fa fare di restare in Italia? Soprattutto a queste condizioni?

La sanità sta cambiando e i giovani medici potrebbero avere un grande compito, ossia essere l’opportunità per approdare a questo cambiamento.

I nodi centrali che la politica deve affrontare sono la motivazione e il ruolo dei medici, le risorse destinate alla salute pubblica, la promozione di salute e prevenzione, l’assistenza agli anziani e ai cronici, la medicina territoriale,

La strategia del cambiamento graduale e del miglioramento a piccoli passi dovrebbe quindi essere la strada da intraprendere in quanto arginerebbe la fuga dei giovani medici e riqualificherebbe il capitale umano del nostro SSN.

Ma, nello specifico, quali sono le richieste che stanno avanzando questi giovani operatori sanitari?

Tra le loro priorità troviamo:

  • la necessità di rinnovare il contratto di lavoro con retribuzioni adeguate all’inflazione, mai o mal applicato in periferia e scaduto da quasi 4 anni:
  • l’investimento sulle nuove assunzioni coì da adeguare e migliorare i piani di lavoro alla normativa sull’orario;
  • la detassazione del lavoro straordinario al fine di renderlo più appetibile;
  • l’avviamento di una riforma strutturale per la formazione, favorendo il passaggio della formazione dall’Università all’ospedale, sganciandola dalle dinamiche universitarie per legarla al fabbisogno e alla programmazione del SSN.

In merito all’ultima richiesta va fatta una precisazione.

I medici specialisti servono subito, ma occorre assicurare una formazione adeguata e di qualità.

Oggi gli specializzandi non dipendono dal Ministero della Salute bensì del Ministero dell’Istruzione.

Non è assurdo tutto questo?

Permettere di svincolare la formazione dal mondo universitario renderebbe il lavoro degli specializzandi più meritocratico e meno dispersivo e disorganizzato.

E, sicuramente, rappresenterebbe una leva capace ci aumentare la produttività in vari contesti.

Tu come la pensi?